martedì 14 marzo 2023

Data astrale 1332023. La Comandancia de la Plata (day 7-8)

 Approfitto di qualche ora di sosta alla stazione degli autobus per buttare giù “due righe” sulla visita di oggi, e lo faccio in un modo che non amo particolarmente, ovvero scrivendo al presente, per verificare se ci riesco e, soprattutto, per vedere se riesco a farmelo piacere.

 

Partiamo da ieri: alle 15:00 parto in autobus alla volta di Bayamo, senza avere la minima idea sul come raggiungere Santo Domingo, a circa un’ora e mezza di strada, dove devo passare la notte. Durante il viaggio contatto Casa Sierra Maestra, che pensavo essere un Hotel ed invece si rivela essere una Casa particular, e, grazie alla collaborazione (non proprio disinteressata) di Ulysses – proprietario, consierge, cameriere, receptionist, mannyaggiustatutto e chissà cos’altro della struttura – riesco ad organizzare sia gli spostamenti che la visita al Parque National del Turquino ed alla Comandancia de la Plata, sia pure al costo di un trapianto di rene (voi fa’ ‘r viaggiatore disorganizzato? Paga).

 

Il dio dei zainari, però, si muove evidentemente a compassione ed all’arrivo alla stazione dei bus mi fa incontrare una coppia di backpackers olandesi, altrettanto (consapevolmente) disorganizzati ed interessati allo stesso itinerario; in pochi minuti riesco facilmente a convincerli a dormire nel mio stesso posto ed a condividere la visita dell’indomani, il che mi permette di ridurre di un buon 30% i costi. Tiè!

 

E qui comincia l’avventura del signor Bonaventura, ripeteva sempre mia madre quando ero piccolo e, puntualmente, ci perdevamo a causa dell’inesistente senso dell’orientamento di mio padre.

 

Alexey, l’autista inviatoci da Ulysses, ci fa accomodare nella cabina di un enorme camion di fabbricazione russa a trazione integrale (due sul sedile ed uno nella cuccetta, insieme agli zaini), che ha un cassone posteriore all’interno del quale, lungo la strada, prendono posto decine di persone, salendo e scendendo come si trattasse di un autobus.

 

Anzi, ci spiega, si tratta proprio di una sorta di autobus perché al primo punto del contratto di affitto che ha firmato con l’autorità provinciale per noleggiare il mezzo (che, forse, tra quattro anni potrà acquistare, se avrà abbastanza denaro e non ci saranno state lamentele nei suoi confronti), c’è proprio l’utilità sociale: tu porta chi ti pare, però lungo la strada devi far salire chi te lo chiede, ed a prezzi regolamentati (roba di centesimi di euro).

 

Ecco perché noi, che siamo turisti e paghiamo enormemente più di loro, veniamo fatti accomodare nella cabina, con sedili “comodi” ed “aria condizionata” (le virgolette sono d’obbligo).

 

Comunque, il viaggio è piacevole e, tra una chiacchiera e l’altra, si svolge senza grossi scoss… No, direi proprio di no: la strada è completamente sgarrupata e per un’ora e mezzo i miei compagni d’avventura ed io veniamo sballottati da una parte all’altra, che neanche il Frecciarossa per Reggio Calabria; come se non bastasse, ci arrampichiamo su pendenze che superano il 30% e che non credevo si potessero salire con mezzi diversi dai fuoristrada, auto o moto che siano (e questo spiega l’utilizzo di un mezzo con trazione integrale), dove “l’asfalto” è sostituito dal cemento striato (non so come si chiami, ma è quello che si usa per le rampe dei garage, per capirci) che, oltre a mischiarti le vertebre, ti allenta anche i bulloni delle protesi dentarie.

 

In compenso, lo spettacolo della Sierra Maestra al tramonto è spettacolare, da togliere il fiato e questo ripaga di tutto.

 

Alla fine arriviamo a destinazione e, prima ancora di andare in stanza per lasciare gli zaini, ci sediamo per cenare, anche perché Ulysses ci dice che la luce non tornerà prima delle 8:00 de la tarde (questa almeno è la sua speranza), e le stanze sono al buio, mentre la zona ristorante è alimentata da un gruppo elettrogeno a benzina.

 

A cena, i miei nuovi amici mi raccontano di essersi conosciuti casualmente qualche anni fa in aereo, trovandosi seduti l’uno accanto all’altra accanto dopo una serie di cambi di posto da parte dell’equipaggio, e di essersi trovati subito in sintonia proprio parlando di viaggi. Romanticherie a parte, mi dicono che, appena hanno messo da parte abbastanza soldi, si sono ritirati dal lavoro (tradotto: sono andati in pensione) nonostante fossero ancora relativamente giovani, si sono trasferiti un appartamento “piccolo ed umile”, il tutto per avere la possibilità di viaggiare ogni qualvolta se lo possono permettere. Che dire… chapeau.

 

Finito di cenare (omelette, pomodori e melanzane sott’olio per me), approfittando del fatto che, nel frattempo, è tornata la luce, Ulysses ci accompagna nelle nostre stanze, raggiungibili dopo aver attraversato il greto di un fiume in secca camminando su una passerella di tavole e canne di bambù che, per quanto ondeggia, sembra piuttosto un ponte tibetano. Il tutto, ovviamente, alla luce della torcia del telefonino.

 

La stanza è carina, ed il servizio è eccellente e pronto a soddisfare tutte le nostre esigenze: non faccio in tempo a dire che nella doccia c’è una blatta grande come un’aragosta, che Ulysses ha già provveduto a toglierla da lì, garantendole una degna sepoltura con rito vichingo nel wc (la mattina dopo ne ho trovata una ancora più grande, ma ho provveduto autonomamente, sfruttando l’esperienza accumulata a Reggio Calabria).

 

Però, c’è sempre un però… Va bene tutto, ma ci sono cose su cui non si può soprassedere e far finta di nulla, perché travalicano i limiti della sopportazione; ora dico: ma se hai due letti matrimoniali nella stessa stanza, come ti viene in mente di coprirli con un copriletto giallo ed uno rosso? E dai, su, almeno un minimo di decenza…

 

Ok, torno in versione Zen e vado a nanna.

 

Alle 7, quando ormai da almeno un’ora un numero imprecisato di galli avverte l’intera vallata che l’alba si sta appropinquando (sabato, qui, è cambiato l’orario, quindi albeggia tardi), suona la sveglia; una doccia veloce (aaaah Ulysses, “l’acqua non è molto calda” un cazzo, questa è proprio gelata), qualche foto in giro e sono pronto per la colazione (omelette, pomodori e pane con miele) e poi via verso nuove avventure.

 

Per raggiungere la Comandancia bisogna percorrere due kilometri in auto, che permettono di coprire i 600 metri di dislivello (pendenza media 30%, con punte al 45%, delle vere e proprie pettate (scusate il gergo ciclistico, vecchie abitudini) tra l’ingresso del parco ed il punto di partenza della camminata, che consiste in un altro paio di kilometri a piedi su un sentiero, troppo sgarrupato anche per chiamarsi così.

 

La guida, in un inglese un po’ stentato ma che dimostra enorme volontà, ci racconta della rivoluzione, degli anni della guerrilla, ci fa immergere nella vita degli uomini che hanno passato mesi in quella foresta, combattendo e nascondendosi, vivendo di notte per sfuggire agli aerei di Batista che avrebbero potuto individuare scie di fumo o colonne di persone, ma ci illustra anche le piante, i fiori, gli uccelli, quasi ad ingentilire un po’ quell’atmosfera di sudore, sacrificio e morte. Ci racconta dei campesinos, quelli di allora che aiutarono Fidel ed i suoi uomini, e di quelli di ora, che abbandonano le montagne perché le condizioni di vita sono troppo dure, “perché qui non c’è elettricità, e oggi nessuno vuole vivere senza elettricità”.

 

Però”, aggiunge, “adesso la Rivoluzione fornisce a chi rimane in montagna molti pannelli solari, così posso avere l’elettricità”. La Rivoluzione. Non lo Stato, non il Governo, non il partito. La rivoluzione.

 

Riguardo il villaggio vero e proprio, le capanne di legno con i tetti di foglie di palma e/o lamiera dove Castro ed un manipolo di barbudos vissero quella fase fondamentale della Rivoluzione, non molto ravvicinate tra loro per evitare che potessero essere distrutte contemporaneamente da un bombardamento, sono talmente ben posizionate e mimetizzate da risultare invisibili anche da pochi metri di distanza, figuriamoci dall’alto (e infatti non furono mai colpite dai bombardamenti ad mentula canis operati dai bombardieri di Batista nella zona, nel tentativo di stanarli); ovviamente, per via del tempo trascorso e degli uragani che si sono abbattuti su di esso, in parte si tratta di una ricostruzione dell’accampamento originario (nella casa di Fidel sono conservati il letto, il tavolo ed il frigorifero a petrolio originali, per gli amanti del genere), ma rende perfettamente l’idea delle condizioni in cui vivevano i suoi abitanti, e sembra quasi di vederli, in cerchio, a discutere di tattiche di guerriglia, di socialismo, delle famiglie lasciate chissà dove o a stramaledir le donne, il tempo ed il governo in attesa di vedere arrivare o partire una pallottola o una granata.

 

Finita la visita, si torna giù per lo stesso sentiero sgarrupato e la stessa strada, pettate comprese (ma stavolta in discesa, e sono ancora più impressionanti); rientrati Casa particular, pranzo (manco a dirlo, omelette e pomodori, questa volta con un po’ di formaggio), (ghiaccio)doccia e poi via, alla volta di Bayamo, e così facciamo.

 

Salutato il nostro uomo a Bayamo (semi cit., giusto per fare un mix tra Joyce e Greene), saliamo in cabina e, dopo aver affrontato discese particolarmente ardite – che, vista la stazza del mezzo, costringono il motore ad urlare come neanche Al Bano nei momenti migliori, e che i ragazzini del luogo scendono con i carretti in legno (che ricordi...) – e speculari risalite, arriviamo a Bartolomè del Maso, dove il nostro amico Alexey carica nel cassone posteriore non meno di una cinquantina di donne, uomini e bambini, molti con bagaglio al seguito (la portata ci aveva detto essere di 30 persone, 20 sedute e 10 in piedi) stipati come bovini diretti al macello. “Però” ci dice sempre l’autista, indovinando i nostri pensieri dalle facce incredule, “sono fortunati perché questo è il mezzo più nuovo ed efficiente della provincia”. E la cosa peggiore è che ha anche ragione.

 

Che culo.


P.S. E' ufficiale: scrivere al presente non mi riesce e non mi piace. FAILED.

domenica 12 marzo 2023

Data astrale 1032023. Santiago de Cuba (day 5-6)

  

Qualche giorno fa, arrivando (di sera) a Centro Habana, il quartiere dov’è ubicata la Casa particular che mi ha ospitato nel mio soggiorno nella capitale, il primo pensiero è stato “cazzo, pare Beirut” (in slang rigorosamente capitolino), mentre qualcun altro (vedendolo in videochiamata), ha trovato delle similitudini con Isola Capo Rizzuto. De segun como se mira, todo depende…

 

Ieri invece, arrivando qui in Calle Felix Peña a Santigo de Cuba, l’impressione è stata, se possibile, anche peggiore: un mix tra i vicoli della Cosenza vecchia non restaurata ed i Sassi di Matera prima che gli interventi di recupero li rendessero lo splendido luogo che possiamo ammirare ora.

 

Intendiamoci bene, a scanso di equivoci: non c’è nulla di discriminatorio o denigratorio in quello che ho scritto, ma solo un riferimento all’aspetto esteriore degli edifici ed al senso di abbandono che ne deriva, tutto qui.

 

Comunque, il taxi (taxi… più che altro una versione russa dell’Arna, dipinto di nero a pennello e totalmente privo di rivestimenti interni, peraltro condiviso con due ragazze francesi conosciute sul marciapiede dell’aeroporto. Roba da Backpackers) mi ha lasciato davanti alla porta di una casa a due piani molto, molto, ma molto rosa, sull’uscio della quale è apparsa, come per incanto, Lei.

 

Lei è Yadira, ed è bella e radiosa come il sole (giusto un po’ più scura).

 

Dopo avermi fatto entrare e salutato con molto garbo e cortesia, utilizzando una scala ripida e stretta su cui io facevo fatica ad arrampicarmi e lei saliva come uno stambecco, mi ha accompagnato al piano superiore, nel mio appartamento, dove mi ha mostrato le stanze, gli interruttori della luce (quasi tutti posizionati poco sopra al battiscopa, al posto delle prese di corrente, perché il vecchio impianto è saltato e così si evita di rifarlo completamente), il frigorifero (“è staccato, ma se compri qualcosa da metterci dentro lo puoi attaccare” – non lo farò) e mi ha fornito tutte le informazioni necessarie per il mio soggiorno e la mia sicurezza.

 

Prima di calarsi nuovamente nello strapiombo, però, mi ha detto: “Escuchame, Esteban… in questo momento non sto offrendo il servizio della colazione perché è difficile trovare pane, caffè, latte, formaggio, succhi di frutta…”, ma lo fa con gli occhi lucidi e la voce e l’espressione di chi sta trattenendo a stento le lacrime.

 

Booom.

 

A questo punto, ricacciando indietro le mie, di lacrime, e sfoderando il sorriso più accattivante che posso (nelle foto non sorrido, ma nella vita, ogni tanto, sì) e mettendole una mano sulla spalla, le risposto: “Escuchame, Yadira… io non faccio colazione neanche a casa mia, quindi non preoccuparti, non c’è nessun problema” (che poi è anche abbastanza vero, quindi non ho dovuto mentire più di tanto).

 

 

Ed invece stamattina la colazione l'ho fatta, comprando un cetriolo da un carrettino, ed ero stranamente sereno. Non so se potesse definirsi felicità, ma era quello stato d’animo che ti fa camminare leggero, al limite del saltellamento tipico dei bimbi che vanno verso le giostre, con un sorriso ebete ed immotivato sulle labbra.

 

Felici, invece, sembravano essere i ragazzini che, attorno a me, giocavano a baseball per la strada mentre mangiavo il cetriolo, come lo eravamo noi quando giocavamo a pallone per strada, almeno fino al momento di tornare a casa con le ginocchia sbucciate e, magari, i pantaloni bucati...

 

Qualche ora e molti kilometri dopo, tornato casa, Yadira mi ha fatto entrare nel suo soggiorno anni ‘70, mi ha fatto accomodare sul suo divano anni ’70 e, dopo aver acceso per me il ventilatore (più recente, ma non di molto), abbiamo conversato amabilmente di Cuba, della sua famiglia sparsa per il mondo, della sua infanzia, del fatto che, pur potendolo fare, non vuole lasciare Cuba perché lei, pur non essendo felice, sta bene qui, e mi ha offerto un graditissimo bicchiere d’acqua del rubinetto fresca di frigorifero, non prima di avermi amorevolmente avvertito che, pur essendo potabile, depurata e filtrata, avrebbe potuto causar daño…

 

Ecco, solo dopo quelle chiacchiere e quel bicchiere d’acqua, risalendo l’erta che mi portava nei miei alloggi anni ’70, ho capito a cosa fosse dovuta la leggerezza ed il sorriso ebete di questa mattina: sono innamorato.

 

Proprio così. E non importa se Yadira ha 72 anni: io l’amo!

 

Ora però vado a nanna, perché domattina la sveglia suonerà prestissimo: c’è la gara di Dita da seguire, ed io sono un papà assente ma ligio.


P.S.Oggi ho camminato (molto) per le strade di Santiago, ma anche su quelle di Cutro.

giovedì 9 marzo 2023

Il mio viaggio a L'Havana (Nota di servizio)


Uno degli aspetti più caratteristici riguardo l’organizzazione dei miei viaggi è che non c’è praticamente nulla di organizzato, ma solo un’idea di fondo di quello che mi piacerebbe fare e di ciò che mi interesserebbe visitare.

 

Ovviamente acquisto per tempo (parliamone...) i biglietti di andata e ritorno e quelli per gli spostamenti fondamentali che possano correre il rischio di esaurirsi, prenoto un posto per dormire nella prima destinazione, ma il resto mi piace stabilirlo day by day, step by step, sul posto, una volta che mi sono fatto un’idea su come stiano realmente le cose lì e su quello che mi va davvero di fare in quel momento (Battà, ti suona familiare?).

 

Va da sé che aborro mughinamente i viaggi organizzati, le gite organizzate in cui ti vogliono vendere le pentole e ti portano nel negozio di tappeti più conveniente della città, dove ti faranno un ulteriore sconto, ma solo per oggi (tipo Poltrone e Sofà, per intenderci) e un po' anche le guide turistiche (quelle in carne ed ossa, intendo, non la Lonely Planet), pur consapevole della loro utilità sociale.

 

Questo viaggio, ovviamente, non fa eccezione. Anzi, ne è la dimostrazione più eclatante, un po’ per necessità (dopo la pandemia, i voli interni sono ripresi, scarsissimi, solo pochi mesi fa, mentre i treni passeggeri si sono praticamente estinti) e un po’ perché non voglio alcun tipo di vincolo (Libertààààà, direbbe Chico – questa non è per tutti). Come si faccia a decidere mesi o anni prima, nel dettaglio, cosa si avrà voglia di fare mesi o anni dopo rimane per me un mistero.

 

Comunque, l’architettura di massima del viaggio è composta da tre parti, non impermeabili tra loro.

 

La prima, quella cittadina, dopo L’Havana mi porterà, domani (data obbligata per via dei voli bisettimanali), a visitare Santiago di Cuba per un paio di giorni.

 

La seconda sarà dedicata ai luoghi della Revolución, e, dopo la visita a Bayamo ed alla Comandacia de la Plata di lunedì (anche questa data obbligata, data la scarsità di stanze nell’hotel (oddio, hotel… più che altro si tratta di qualche bungalow nel pieno della Sierra Maestra), dovrei raggiungere, rigorosamente in bus, Santa Clara, Cienfuegos, Playa Giron (più conosciuta come Baia dei Porci) e poi di nuovo Santa Clara (l’ordine degli fattori è ancora in fase di elaborazione, ma non dovrebbe modificare il risultato). Rimangono da inserire alcune possibili integrazioni o variazioni, tipo Trinidad e Viñales, ma vanno incastrate in uno schema spazio-temporale dominato dalla variabile Viazul (che, più semplicemente, significa che dipende dagli orari e dalla frequenza dei bus e da dove mi troverò quando dovrò decidere). Vedremo.

 

La terza ed ultima parte, prima di rientrare a L’Havana per il viaggio di ritorno (sempre che decida di ritornare…), sarà quella turistica, con un paio di giorni con le… i piedi (avrei voluto scrivere altro, ma i miei czz di filtri non me lo permettono) a mollo nel mare di Varadero sorseggiando Piña Colada (lo so, fa molto anni ’80 ma rende benissimo l’idea) ed un paio di giri sul locale campo da golf. In fondo, sono sempre un golfista (se, va bè) in vacanza ai Caraibi, pev dindivindina

 

Sì, lo so… “dove sono finite tutte le pippe sulla rivoluzione, e Che Guevara, El pueblo unido?”

 

Si potrebbe parlare a lungo del fatto il turismo, in ogni sua forma, è una delle poche forme di sostentamento del Paese, ma anche sticazzi.


Do I contradict myself?

Very well, then I contradict myself,

I am large, I contain multitudes.

(Song of myself – Walt Whitman).


martedì 7 marzo 2023

Il mio viaggio a L'Havana (Day 1)

 Piccola premessa: non sono un influencer o una guida turistica, quindi non devo e non voglio convincere nessuno di qualcosa. Questo vuole essere solo un diario di viaggio, il mio diario di viaggio, nel quale scrivere come voglio quello che voglio, senza troppi filtri e seghe mentali o le mie solite 1000 revisioni del testo da perenne insoddisfatto. 

Il diario di un viaggio sognato per trent’anni e rinviato più volte per le ragioni più disparate: opportunità, possibilità, pigrizia e, da ultimo, la pandemia, che mi ha fermato quando avevo quasi un piede in aeroporto.

 

Nel frattempo, da quei primi anni ’90 ad oggi, è cambiato tutto.

 

È cambiato il mondo, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la trasformazione della Russia in una oligarchia energetica (quando si dice la legge del contrappasso) guidata da un padre-padrone che la governa con i metodi acquisiti nella sua precedente attività (qualcuno lo definisce un mix tra Nicola II e Stalin, non sbagliando di molto), e la Cina in cui vige ormai da anni una sorta di comunismo capitalista, che ha trasformato un ossimoro in un sistema economico che (un po’ ad intermittenza) le garantisce una crescita che pare inarrestabile.

 

E’ cambiata l’Europa, con molti paesi dell’ex “blocco sovietico” che sono divenuti delle democrazie (o presunte tali), l’Europa orientale trasformata nell’ennesimo “giardino di casa” (anche se backyard rende meglio l’idea di barbecue, camicie a fiori e Budweiser) degli Stati Uniti ed i partiti comunisti riciclatisi in partiti socialdemocratici piuttosto sbiaditi (quando va bene) o in accozzaglie democristiane pseudo-progressiste come nel caso dell’Italia (se a quel tempo avessi pensato che quanto nato alla Bolognina sulle ceneri del PCI sarebbe finito nelle mani di Renzi, mi sarei dato del matto del solo).

 

È cambiata Cuba, con la morte di Fidel Castro e l’abbandono della guida del Paese da parte del fratello Raul, e gli echi della Revolution sempre più flebili e lontani.

 

Soprattutto sono cambiato io: il ragazzo poco più che ventenne, pieno di energie ed ideali che voleva scoprire il mondo, ha lasciato il posto ad un uomo poco più che cinquantenne piuttosto stanco, acciaccato e disilluso, con due (splendide) mogli, due (meravigliosi) figli e qualche scimmia sulle spalle.

 

L’unica cosa che non è cambiata è questo cazzo di piratesco (cit.) e criminale bloqueo.

 

Ok, basta pistolotti, promesso (se, va be’).

 

P.S. Il budget per questo viaggio è il regalo dei miei amici per il mio 50° compleanno, ideato ed organizzato (il regalo, non il viaggio) da mia moglie. Sì, lo so cosa qual è la prima cosa che viene in mente, ma la risposta è molto semplice: ho degli ottimi amici ed una moglie splendida (l’avevo detto, no?!).

 

 

Data astrale 632023 (day 1)

Roma-Parigi-L’Havana

 

Quello che avrei dovuto prendere il 14 marzo 2020 sarebbe stato uno degli ultimi voli diretti Roma-L’Havana operato da Alitalia, che aveva programmato di chiudere la rotta alla fine di quello stesso mese. Poi la pandemia, Alitalia ha definitivamente (?) chiuso i battenti, ITA non sa né cosa fare da grande e né se ci diventerà mai, sta di fatto che per volare a Cuba bisogna fare scalo.

 

Dopo una rapida cernita, circa sei o sette mesi fa ho comperato il biglietto per un volo Air France via Parigi in Premium economy (1.400 euro circa); qualche tempo dopo, girovagando in rete, la notizia che non ti aspetti (e che Alitalia, o la società che per essa gestisce il programma Millemiglia, si era ben guardata dal diffondere): i punti Millemiglia si possono nuovamente utilizzare per l’acquisto di voli Air France!

 

Che botta di culo. E chi te manna??

 

Va bè, per farla breve, ho annullato il volo in Premium economy, completamente rimborsato, e, con i punti che avevo accumulato prima della dipartita di Alitalia, ho acquistato un biglietto in Business class alla stratosferica cifra di… 400 euro.

 

Ergo, non solo si viaggia in Business, ma con i soldi risparmiati mi ci pago praticamente l’intera vacanza! L’unico inconveniente è stato quello di dover rinviare il rientro di 3 giorni, ma è un sacrificio che si può sopportare…

 

Insomma, nella vita ci vuole anche un po’ di culo.

 

Nei viaggi a medio raggio, la differenza fondamentale tra la classe Economy e la Business la noti al momento del pasto: invece delle stoviglie in plastica e dei tovaglioli di carta, in Business i piatti sono fatti di piatto, le posate di posata, i bicchieri di bicchiere ed i tovaglioli di tovagliolo, la qualità del cibo è decisamente superiore, e gli assistenti di volo, (generalmente) già gentili di loro, sono ancor più cortesi ed attenti. Piccolo appunto per Air France: non c’è la possibilità di scelta dei menù, quindi, se sei vegetariano, mangi quello che puoi ed il resto lo rimandi indietro (cosa che io odio con tutte le mie forze).

 

Il discorso cambia radicalmente quando si parla di voli a lunga percorrenza, dove l’accoglienza e l’attenzione verso il passeggero sono veramente al top, ma la vera differenza la fa lo spazio a disposizione ed il confort di viaggio: sedile che si sdraia completamente e si trasforma in letto (credo che al ritorno mi farò uno quei sonni…), schermo grande dove poter vedere un gran numero di film (credo ce ne saranno stati almeno una trentina, quasi tutti piuttosto recenti), cuffie on ear di ottima qualità che isolano completamente dai rumori esterni, molti spazi per riporre le proprie cose.

 

Come dicevo, anche qui l’attenzione ai particolari ed alla soddisfazione del passeggero non mancano (Champagne di benvenuto, Champagne dopo il decollo, Champagne quando vuoi, etc) e la cena è stata davvero di buon livello, annaffiata con ottimi vini (francesi, ca fa sans dire). A differenza del Roma-Parigi, qui c’era la possibilità di scelta tra diversi menù (dal Kosher all’indiano, dal menù per celiaci a quello senza lattosio, dal vegano all’onnivoro), salvo poi ritrovarsi del sashimi di salmone nel menù vegetariano e sentirsi rispondere che non avevano a disposizione un antipasto vegetariano, quindi… niente antipasto. Un po’ una caduta di stile, ma sopravviveremo.

 

Tra i due voli, una menzione particolare la merita la Lounge Air France dell’aeroporto di Parigi: un luogo talmente accogliente che ci sarei rimasto tutto il giorno (e infatti stavo per perdere il volo per L’Havana): cibi di ogni tipo, bevande, vini e liquori a non finire, che saranno di grande aiuto quando, nel viaggio di ritorno, dovrò passarci tipo 8 ore.

 

Tornando al volo, dopo una decina di ore, 3 film ed una buona quantità di alcool ingurgitata, ecco spuntare dal nulla La isla maravillosa y rebelde.

 

La prima cosa che ho notato e che mi ha provocato un piccolo tuffo al cuore è stata che l’isola era buia, maledettamente buia, abituato come sono a volare di notte sopra l’Italia, con città ben illuminate che si susseguono senza soluzione di continuità a formare uno spettacolo meraviglioso.

 

In aeroporto le varie trafile burocratiche si sono svolte senza problemi e piuttosto velocemente, ed appena uscito ho trovato ad aspettarmi l’autista mandato da Yurgen, il padrone dalla casa particular dove alloggerò per i prossimi 4 giorni, che mi ha portato in città con la sua auto.

 

Ecco, le auto. Penso che sulle automobili che circolano a Cuba si potrebbe scrivere un libro, e se mi andrà gli dedicherò un po’ di spazio nei prossimi giorni, però nel vederle nel parcheggio dell’aeroporto e lungo la strada per L’Havana ho riprovato la stessa sensazione già provata osservando il buio dell’isola. Non so con precisione quale, ma era la stessa.

 

Va bè, come primo giorno credo possa bastare, il resto nelle prossime puntate, sempre su questi schermi.

P.S. Non so se sia colpa delle restrizioni, della linea internet o della mia quasi totale incapacità, aggravata dal fatto che non scrivo su questo blog da 10 anni, ma in questo momento non riesco a caricare le immagini. Tenterò di risolvere in qualche modo, oppure bisognerà accontentarsi dello scritto.

lunedì 28 aprile 2014

Sport, divertimento, solidarietà: Il Trofeo Master37 2014

Nel 1978, alle Hawaii, da una scommessa tra 3 marines Americani che, forse (probabilmente) un po' alticci, si prendevano in giro parlando di quale fosse la gara più dura tra la "Waikiki Roughwater" (2,4 miglia di nuoto), la "Around Oahu Bike Race" (112 miglia in bici) e la "Honololu marathon" (26,6 miglia di corsa), nasceva il Triathlon - o, meglio, nasceva l'idea del primo Ironman della storia - folle sintesi delle tre gare oggetto della contesa alcoolica.

Questa storia, per quanto suggestiva, impallidisce al cospetto delle nobili e ben più leggendarie origini del prestigioso "Trofeo MASTER37", nato dalle prese per il culo in giro di due rincoglioniti laziali, al secolo Master runner e Stefanolacarastrong (per saperne di più www.stefanolacara.com/2012/10/le-cazzate-di-master-ovvero-37kmh-al.html)

La prima edizione del Trofeo, tenutasi lo scorso 22 settembre sull'Istmo di Foce Varano (FG)  in occasione del Varano Lake Tri 2013, ha visto la vittoria proprio di Gianluca "Maste Runner", che ha percorso i 10.700 metri del rettilineo finale ad una media di 35,5 km/h (potete vedere una sua foto qui accanto, con indosso uno dei prestigiosissimi premi messi in palio dall'organizzazione).

Ed ora, ecco l'annuncio che tutto il mondo della triplice attendeva con ansia: la seconda edizione del "Trofeo Master37" si svolgerà il prossimo 1° giugno, in occasione dell'Ironman 70.3 di Pescara, sulla fettuccia che riporterà i concorrenti verso la T2 (qui troverete il segmento Strava: www.strava.com/segments/7027874).


Come avrete compreso, anche questa - sia pur importantissima - kermesse non può sfuggire al più puro Zona Cambio style, fatto di sano agonismo, un pizzico di competizione, una manciata di cazzeggio e tanta, tanta allegria, alla quale, in queste occasioni, si unisce anche la solidarietà.

Infatti, come già avvenuto lo scorso anno, l'intero ricavato verrà devoluto in beneficenza ad una Onlus (reale...) che, per questa seconda edizione, sarà l'associazione A.F.O.M.A "Sasso nello stagno" di Crotone (http://afoma-com2.webnode.it) che si occupa di fornire assistenza a giovani ed adulti diversamente abili.

Tra le diverse iniziative intraprese, dal gennaio del 2013 l'associazione porta avanti un progetto denominato DALILA (Disabili a Lavoro per L'Integrazione e L'Aggregazione). Tale progetto si svolge presso la Casa Dalila (che, peraltro, necessita di arredi e suppellettili), coinvolgendo 20 ragazzi diversamente abili, impegnati in laboratori destinati alla trasformazione di prodotti agro-alimentari e nella produzione di oggetti di artigianato.

Proprio da questi laboratori arriveranno alcuni dei premi destinati ai vincitori (maschile e femminile) del "Trofeo Master37": un fantastico cesto di prodotti agro-alimentari ed artigianali, realizzati appositamente per l'occasione!!!


Allora, cosa aspettate ad iscrivervi? Non lasciatevi sfuggire l'opportunità di fare del bene divertendovi e, non da ultimo, di poter prendere per il culo per un anno intero gli amici e/o i compagni di squadra ai quali avrete "dato la paga", bevendo alla faccia loro - o, meglio ancora, insieme a loro - un ottimo Limoncello DALILA.

Le modalità di adesione sono semplicissime: basterà essere iscritti all'Ironman 70.3 di Pescara, segnalare il vostro nominativo sull'apposito topic pubblicato sul Forum di Zona Cambio (http://www.zonacambio.com/forum), versare un piccolo contributo di almeno 5 euro - direttamente sul Conto Corrente dell'Associazione A.F.O.M.A. (Iban  IT27T0525622210000000884154 intestato a Associazione Famiglie Ospiti Marianna Agostino) oppure personalmente ai ragazzi di Zona Cambio a Pescara -, caricare entro l'8 giugno su Strava (http://www.strava.com/) il file della vostra performance, ed il gioco sarà fatto.

Nessun giudice, nessuna giuria, solo sport, divertimento e solidarietà Zona Cambio style!!! 

Iscrivetevi, fate iscrivere i vostri amici ed i compagni di squadra e... A TUTTA. Dajeeee!!!! 

Per qualsiasi informazione, fate pure riferimento al Forum di Zona Cambio.







domenica 13 aprile 2014

Roma - Terni. Uscita di ultracycling solitaria in gruppo.

Preso atto che questo è un non-blog, poichè non viene costantemente e repentinamente aggiornato, con la mia solita settimanella di ritardo, vi racconto la mia prima esperienza di Ultracycling di sabato scorso

In origine sarebbe dovuta essere un'uscita di gruppo, nella quale Strong avrebbe dovuto pagare una scommessa legata alla Maratona di Roma e tutti gli altri avrebbero potuto spararsi la propria dose giornaliera di chilometri in compagnia, ma poi...

...poi venerdì forse piove ma sabato è brutto quindi pedalerò domenica ma io domenica non posso allora pedalerò sabato quando c'è il pranzo di Daniela a Terni e Master e Marco dicono allora andiamo a Rieti poi tu prosegui per Terni però sabato forse potrebbe piovere quindi Master esce domenica e Marco è stato male tutta la settimana e Tedde ha preso le ferie per venerdì barattandole con una notte e Edo deve pedalare per 6 ore tutto ovviamente senza l'ombra di una virgola.... 

Ergo, sabato scorso di buon'ora (alle 9, per intenderci, con 1 ora di ritardo sull'orario previsto) monto sulla fida Slice TT e parto alla volta di Terni, dove Anto, Picchio e Dita mi raggiungeranno in auto. Un buon modo per conciliare allenamenti, vita familiare ed ottima compagnia di amici.

Date le défaillance di cui sopra, organizzo un gruppo tanto eterogeneo quanto affiatato, composto da me, Vasco, Francesco G., Francesco D.G., Fiorella, il Califfo, Tiziano, Fabrizio, Giuliano, Fabri, Lorenzo, Renato, Antonello e qualche altro che al momento mi sfugge; le indicazioni sono chiare: "Ragazzi, dividiamoci i compiti: io mi metto davanti a tirare, voi vi alternate a cantare. Nessuno molla, si parte e si arriva insieme!".

Per la merenda durante il viaggio, ho preparato un magnifico cestino composto da 3 barrette (una alla cioccolata, una alla banana ed una al... boh) e 2 gel (uno all'arancia ed uno al gusto Cola con caffeina), 1 borraccia di acqua ed 1 di sali minerali, con l'intento di testare l'alimentazione che userò nelle gare durante la stagione ormai alle porte. Il programma è di mangiare una barretta ogni 30 km ed ingurgitare un gel ogni 50, e vedere come va.

Play, Start. La tecnologia è avviata, si parte. La strada scelta per raggiungere Terni è la via Flaminia (tante volte percorsa, in una vita precedente, sulle due ruote, ma in quel caso spinte da 140 cavalli e non da un somaro zoppo, come in questa occasione), quindi dovrò attraversare completamente Roma, spaccandola in due come una una mela.

Dopo 24 km, 180 semafori, sampietrini, donne al volante, buche ed ogni altro pericolo urbano, arrivo finalmente a Ponte Milvio, dove imbocco la pista ciclabile; guardo per la prima volta il Garmin: è già trascorsa quasi un'ora dalla partenza, media 25,3 km/h. Un po' bassa, ma in città ci sta. Per qualche chilometro abbandono i rumori del traffico, e mi sembra quasi di aver attraversato qualche strano varco che mi catapulta in un'altra dimensione: intorno a me solo campi sportivi, prati, Albachiara, un parco con tanto di laghetto, qualche podista, Il sociale e l'antisociale, diversi ciclisti a passeggio, Baratto. Quante magnifiche sorprese riserva Roma...

Puntuale come un cucù napoletano, al 32° km parte la prima barretta: non ho una gran voglia di mangiare, ma i programmi vanno rispettati (!). Appena il tempo di finire e, al 34° km, lascio la ciclabile e mi tuffo sulla Flaminia: Prima Porta, sali scendi sali, scendi, sali scendi, pedala, pedala, pedala...

Al 60°km, superato Rignano Flaminio, decido di fermarmi per una sosta-bar: Coca cola mini e seconda barretta il menù del giorno (ma ne approfitto per "rubare" anche un paio di tartine dal bancone degli aperitivi) poi faccio per rimontare in sella e... maddaicazzo!!! il contenitore del kit antiforatura è volato via dal portaborracce posteriore, nonostante lo avessi assicurato con un elastico aggiuntivo... Non ci posso credere! Ultima ancora di salvezza la bomboletta di gonfia e ripara, ma spero davvero di non bucare, altrimenti saranno guai certi.

Dopo 2 ore e mezza dalla partenza, riprendo la via di Terni: "2 ore e mezza... sono a metà strada... mi sa che oggi si fa tardi...".

Pedalo, pedalo, pedalo, su e giù, giù e su... a Civita Castellana supero il distributore Agip che segnava il giro di boa ai tempi delle scorribande motociclistiche, e da lì in poi è tutto terreno sconosciuto per me: Magliano Sabina, Castellaccio, Otricoli... (Otricoli? Cazzo che muro... ed il Garmin segna pendenza al -3%... prodigi della tecnologia). La strada diventa impegnativa, con salite lunghe alternate ad impennate decise che non ti lasciano mai il tempo di rifiatare e di far riposare un po' i muscoli, ormai decisamente provati. Grazie, Lorenzo, per il tuo antidolorifico magnifico.

90° km, giù la terza barretta, poi sali, sali, sali ed a Narni (100 km) anche il primo gel (al 50° era saltato). La fatica è davvero tanta, ma mi viene in aiuto Tiziano: "E' assurdo pensare che giunti a un traguardo, neanche ci arrivi e diventa un ricordo...". In effetti, pensandoci, è proprio così: non importa quanta fatica fai e quante volte ti ripeti "mai più", dopo aver raggiunto il tuo traguardo, tutto diventa presto un ricordo, lasciandoti solo la voglia di ricominciare. Un po' una maledizione, un po' una droga...

Da Narni, finalmente, inizia la discesa verso Narni Scalo. "Finalmente!". Mi fermo per mettere la mantellina antivento, inizio a scendere, esco dalla vallata e... no, dai, macheccazzo!!! Vento contrario. Tocca pedalà pure in discesa, per fare un minimo di velocità. Mi danno una mano i Modà, sempre presenti nel momento del bisogno...

Da Narni scalo a Terni è praticamente tutta pianeggiante, ma il vento non molla un attimo. Cade anche qualche goccia di pioggia, ma per fortuna è solo un falso allarme. La fatica si fa sentire, ma oramai ci sono e do fondo alle ultime forze residue. "Pedala, pedala"... Frankie mi dice quello che devo fare, ed io lo faccio...

Alle porte di Terni seconda sosta bar: altra Coca cola mini, rifornimento borraccia e secondo gel: magari non serve a nulla, ma sono davvero esausto ed ogni grammo di energia è prezioso.

Finalmente arrivo all'acciaieria dopo aver percorso 126,8 km in 5h03', a 25,3 km/h di velocità media e con 1.308 mt di dislivello positivo (Strava su IPhone dava 1.615, soliti misteri della tecnologia).

Da  quel momento in poi la giornata cambia radicalmente volto: cosa c'è di più rigenerante di un delizioso pranzetto (senza carne, grazie Dani) con la tua famiglia ed i tuoi amici? (cioè, ehm, qualcosa ci sarebbe... ma lasciamo stare...)

La giornata sportiva mi ha consegnato alcune certezze (di cui ovviamente farò tesoro per il futuro, ma anche no):

1 - Aveva Ragione Manzik a sconsigliarmi l'uso del portaborracce posteriore
2 - Ha assolutamente ragione Edo Romanomendio a dirmi che non è una questione di ruote ma di gambe
3 - Ho avuto ragione io a non arrendermi al pessimismo del meteo.
4 - Le lunghe distanze non fanno per me...
5 - Il 39-26 è decisamente troppo duro (per me) per affrontare salite impegnative, quindi dovrò apportare qualche modifica alla Slice
6 - La testa inizia a tenere
7 - Non lo farò mai più
8 - La prossima volta andrà meglio
9 - Se io avessi previsto tutto questo, forse fari lo stesso...

Comunque sia, mai pedalato per tanti km, mai stato 5 ore consecutive in sella: sabato, in fondo, mi sono sentito un po' Omar Di Felice  anche io (con rispetto parlando). Superare i propri limiti in bicicletta ti fa sentire un po' più conquistatore e un po' meno stronzo. Grazie, Califfo, grazie sempre...



lunedì 24 marzo 2014

eMMe come Maratona di Roma 2014.


"Prendi una donna, trattala male,
lascia che ti aspetti per ore,
non farti vivo e quando la chiami
fallo come fosse un favore
fa sentire che è poco importante,
dosa bene amore e crudeltà,
cerca di essere un tenero amante
ma fuori dal letto nessuna pietà.

E allora si vedrai che t'amerà
chi è meno amato più amore ti dà,
e allora si vedrai che t'amerà
chi meno ama è il più forte si sa
"


In fondo è così: a volte, per conquistare una donna, puoi trattarla con sufficienza, con distacco, al limite anche un po' male. Puoi persino far finta di mancarle di rispetto, se credi che sia quello che lei vuole. In alcuni casi funziona, in altri no...

Ma una Regina no, con lei non te lo puoi permettere. Devi rispettare il suo rango, il suo lignaggio, le sue nobili origini ed i suoi modi regali. Perchè se è una Regina, un motivo ci sarà pure. Perchè, se non lo fai, se non la rispetti, nel migliore dei casi ti respinge, altrimenti ti punisce, ti umilia. Se non lo fai, non puoi che uscirne sconfitto.

Domenica, inutile negarlo, ho affrontato la distanza Regina, la Maratona, senza il dovuto rispetto, e lei mi ha respinto, punito, umiliato e sconfitto.

Non l'ho rispettata allenandomi come avrei dovuto. Le ho mancato di rispetto partecipando ad una gara da 4 ore e mezza solo otto giorni prima di presentarmi al suo cospetto e poi non facendo abbastanza per recuperare le energie spese. L'ho sfidata alla pari, partendo ad un ritmo superiore alle mie reali possibilità, con la supponenza di chi la sa lunga, nonostante fosse la mia prima volta.

E, come spesso accade, la prima volta è durata troppo poco: 26 km invece di 42, 2 ore e 11 minuti invece di 3 ore e 30, e la mia corsa si poteva dire conclusa. Il nervo sciatico ha alzato la voce, i piedi hanno iniziato a risentire dello sfregamento dei calzini inzuppati dai forti scrosci di pioggia,  formando dolorose vesciche per difendersi.

Ogni impatto col terreno una piccola stilettata, ogni tentativo di spinta un segnale d'allarme, con la gamba sinistra che a volte rifiutava l'input e mancava di sostenermi; poi l'appoggio dei piedi che si è spostato sempre più verso l'esterno, con l'ovvia conseguenza di squilibrare tutta la dinamica del gesto meccanico, a danno di ginocchia ed anche, ha dato il colpo di grazia ad ogni velleità corsaiola.

E no, caro Barney, sei partito per fottere, ma sei rimasto fottuto. Avresti voluto conquistare la Regina, ma, come avrebbe detto il Califfo, "tu nun sei 'n conquistatore, sei 'no stronzo". Uno stronzo destinato a rimanere lì, sull'uscio tra mediocrità ed eccellenza, senza mai riuscire a varcarlo. Perchè "il prezzo dell'eccellenza è la disciplina, il costo della mediocrità è il fallimento" (cit.), e finchè non imparerai la disciplina, sarai destinato al fallimento.

E così, su quell'uscio, al 26° chilometro, è finita la mia "gara". Ma non la mia Maratona, quella andava portata a termine, lo avevo promesso.

Poco importa se per fare gli ultimi 15 km ho impiegato quasi quanto per fare i primi 25, se le energie mi hanno definitivamente abbandonato ad 8 km dall'arrivo e se a tratti ho camminato "strascicando" i piedi, se ad ogni passo sui sampietrini le fitte mi arrivavano dritte al cervello: volevo la Medaglia della Maratona, e me la sono andata a prendere.

Perchè mi ero ripromesso di dedicarla Mattia "Guzzino" e a Mauro Macci, che lottano, ogni giorno, per poter iniziare o per tornare a Muovere qualche passo. Ed io che ho la possibilità di correre, non potevo certo Mollare.

Quindi non posso che ringraziarvi, perchè senza di voi non ce l'avrei fatta: la Medaglia è vostra. Quel Metallo che racconta il coraggio dei Gladiatori nel Colosseo, la forza delle gesta di Migliaia di atlete ed atleti, io l'ho conquistata, ma voi la Meritate certamente più me.
E poi il mio premio più grande l'ho trovato una volta arrivato a casa: un ottimo Tiramisù con dedica ed un rarissimo bacio della piccola Dita ristorano il corpo e l'anima da ogni sofferenza, sportiva e non.

Che fantastica storia è la vita...

P.S. A proposito di eMMe e di coraggio, la scorsa settimana si è trasferito a Miami Metello, amico da sempre, amico di sempre, con sua Moglie e suo figlio Massimo. Fatti dire pubblicamente una cosa: potrò anche compiere o aver compiuto imprese un po' estreme e fare un lavoro non proprio da impiegato del catasto, ma è chiaro che non avrò mai il tuo coraggio. Buen viaje anche a te, fratello, e chissà che a gennaio non venga lì a tentare la mia personale rivincita con la Regina. Mai dire Mai.


martedì 18 marzo 2014

Abu Dhabi International Triathlon 2014. Questione di temperature.

Premessa

Sabato 8 marzo, ore 22 circa. Interno notte.
"Quanto c'ha?"
"40 e 2"
"Machecazzo! e quindi?"
"E quindi che ne so? Prepariamo le valigie, poi domani decidiamo..."

 Ecco, la trasferta araba dell'allegra famigliola comincia così, con la temperatura corporea della piccola Dita che non accenna a diminuire.

L'indomani, domenica, le cose sembrano andare meglio, con la temperatura della cucciola costantemente intorno ai 38°, quindi decidiamo di partire per non rinunciare a questa vacanza programmata da tanto tempo, forti anche dell'esperienza maturata nella trasferta in Florida, quando, anche in quella occasione, il giorno precedente la partenza per Miami la bimba aveva pensato bene di ammalarsi, ma alla fine tutto si era risolto per il meglio. E così sarà anche questa volta, per fortuna...

Sorvolando sulle altre vicissitudini, di cui magari scriverò in un'altra occasione, veniamo agli aspetti più prettamente sportivi del viaggio.


Il pre-gara

Il format dell'Abu Dhabi International Triathlon mi sembra piuttosto azzeccato, con distanze che vanno dalla "Sprint" (750/50/5) alla "Long" (3000/200/20); visto il periodo piuttosto anticipato della stagione agonistica, la mia scelta è caduta sulla "Short distance" che, con i suoi 1.500 mt di nuoto, i 100 km in bicicletta ed i 10 di corsa, assomiglia molto ad un combinato (magari un pò lungo) in vista dei futuri impegni ed in prospettiva dell'Ironman di fine luglio.
 
L'organizzazione è pressochè perfetta, come già avevo avuto modo di appurare in occasione di uno scambio di e-mail, alle quali avevano sempre risposto immediatamente e con risposte sensate e puntuali. Non esattamente come la WTC, insomma...

Nonostante la competizione sia prevista per il sabato, le registrazioni sono possibili già da mercoledì pomeriggio, ma decido di registrarmi con calma, il giorno successivo, dopo aver provato il percorso di nuoto.
E così, "alle prime luci dell'alba" (per chi è in vacanza) di giovedì, inforco la bici e, zaino in spalla, mi dirigo verso la Corniche, il lungomare cittadino, un vero e proprio spettacolo tra giardini curatissimi, pista ciclabile, un marciapiede pedonale largo una decina di metri, parchi giochi per bambini, aree coperte da tensostrutture con panchine e distributori automatici di bibite, il tutto lindo e pinto come i giardini di Buckingham Palace. Percorsi circa 3 chilometri raggiungo l'area che ospita la zona cambio, posta su una grande rotonda sul mare (con tanto di disco che suona), dove i lavori sono già a buon punto, con le griglie per le bici, il "red carpet", i bagni e le tende per il cambio già perfettamente montati ed al loro posto.

Sulla spiaggia, anch'essa magnifica, con sabbia bianca finissima ad incorniciare un mare tra lo smeraldo ed il turchese, vi sono numerosi membri dello staff prodighi di informazioni e consigli per chiunque ne faccia richiesta, mentre in acqua, oltre alle boette che delimitano le zone di ingresso ed uscita dall'acqua, vi sono due barche (in corrispondenza dei punti ove poi verranno posizionate le boe), diverse canoe con personale di supporto e due Jet ski per il soccorso. Ed è solo una prova...

Mentre indosso la muta vedo entrare in acqua uno dei due fratelli Brownlee (non so quale fosse dei due) che, dopo qualche bracciata di riscaldamento, completa il percorso ad una velocità davvero impressionante per chi, come me, non è molto avvezzo a seguire dal vivo le performance di questi marziani. Oltre a lui, in acqua c'è anche un altro triatleta di alto livello, Jairo Ruiz, campione spagnolo di paratriathlon. Chapeau, nient'altro che chapeau.


Come detto l'acqua è fantastica, con una temperatura di circa 24 gradi ed una salinità così elevata che, complice anche la muta (non proprio necessaria, diciamoci la verità...), riduce notevolmente lo sforzo necessario per avanzare. "Se domani non vietano la muta a causa della temperatura", penso, " è perfetto!!".


Grazie ai suggerimenti ricevuti dallo staff, poi, la navigazione in acqua è davvero semplice grazie ai riferimenti a terra ben visibili: un gruppo di palme su un isolotto per il primo lato, e le fantastiche Ethiad Towers per il secondo, rendono davvero impossibile zigzagare. Tutto ciò fa si che, nonostante qualche sosta ed un ritmo non proprio infernale, io esca dai 1.500 mt in circa 31 minuti, un tempo decisamente buono per essere solo una prova, ovviamente rapportato ai miei standard da ferro da stiro.


Dopo la nuotata, sempre con la bicicletta mi dirigo all'hotel ufficiale dell'organizzazione, il Khalidiya Palace Rayaan, per la registrazione. Le operazioni sono talmente laboriose che in... 3 minuti è tutto concluso, e ne approfitto per fare qualche piccolo acquisto presso lo stand dell'organizzazione e per tentare di farmi registrare il cambio dai meccanici presenti al di fuori della struttura.


Concluso tutto ciò, rientro in hotel e da lì via, tutti in autobus al Ferrari Word!! Giusto per unire l'utile al dilettevole, la gita si rivela una valida e comoda ricognizione del percorso bike che si snoderà, esattamente sulla stessa arteria stradale, da Abu Dhabi allo Yas Marina Circuit. L'autodromo, ove si svolge annualmente il GP di Formula 1, è infatti adiacente al parco tematico della Casa di Maranello (o viceversa, fate voi). La strada non è paesaggisticamente indimenticabile, costituita da un'autostrada a 4 corsie circondata da deserto, sabbia e nulla cosmico per almeno il 70% del suo sviluppo. Già che ci sono, inizio a "pregare" che sabato non vi sia vento, altrimenti sarà un vero calvario.


Venerdì mattina, dopo aver accuratamente riposto nelle sacche fornite dall'organizzazione tutto il necessario per affrontare le tre frazioni, ed attaccati gli adesivi su bici e casco, mi dirigo nuovamente in zona cambio per depositare il tutto. Anche in questa occasione l'organizzazione si dimostra assolutamente all'altezza, ed in meno di 5 minuti ho concluso tutte le operazioni necessarie. Da non crederci!


Dalla zona cambio mi dirigo verso il vicino Marina Mall, un centro commerciale con tanto di pista da sci (al momento non funzionante) e pista di pattinaggio, dove vengo raggiunto dal resto della famiglia, poi una passeggiata nei pressi del fantastico Emirates Hotel (penso più o meno 25 stelle di lusso ed ostentazione) poi, alle 19:00, it's briefing time presso l'Hilton Beach Club.


Anche qui 2 parole vanno spese: il briefing è in puro stile (e lingua) anglosassone, con poche chiacchiere, qualche battuta, informazioni chiare, immagini su maxi-schermo e possibilità di rivolgere domande all'organizzazione, il tutto per un migliaio di persone circa. Una ventina di minuti in tutto, decisamente ben spesi.


Tornato in hotel, preparo un ottimo piatto di pasta con i ceci, sistemo le ultime cose, mi tatuo su braccio e gamba il numero di gara fornito dall'organizzazione e via a nanna.


Sabato mattina la sveglia suona alle 5:30. Faccio colazione con del the, qualche biscotto, marmellata di arance ed una specie di pane in cassetta dolce. Doccetta per svegliarmi completamente ed alle 6:15 sono in strada. Per raggiungere la partenza, piuttosto che attendere un autobus, decido di prendere un taxi, e 10 minuti dopo sono in zona cambio.


L'atmosfera è piuttosto rilassata, la temperatura è gradevolissima, credo intorno ai 20-22°, e le ultime operazioni prima della partenza si svolgono in piena tranquillità. Intorno alle 7 ho anche il tempo per vedere la partenza dei Pro: un vero parterre de roi con, fra gli altri, Frederik Van Lierde ed Eneko Llanos, oltre ai già citati fratelli Brownlee. Ci sono anche molti alti nomi di primissimo livello, soprattutto tra le donne, ma non li rammento.


A proposito di operazioni pre gara, un piccolo accenno merita un particolare apparentemente banale, ma che sancisce in maniera definitiva la differenza tra "qui" e "lì":"lì", in zona cambio, ci sono i bagni mobili, sono puliti e le persone fanno diligentemente la fila per usufruirne, anche a pochi minuti dall'inizio della gara, come dimostrano le foto che vedete. "Qui" le persone si "appartano" in piena vista per espletare i loro bisogni fisiologici, anche perchè i bagni Sebach diventano immediatamente impraticabili. Lascio ad ognuno le proprie considerazioni.

La gara

Ore 7:15. Lasciata la zona cambio, raggiungo una zona riservata al riscaldamento, perimetrata da boe di colore diverso da quelle che delimitano il percorso gara. L'acqua è più o meno alla stessa temperatura del giovedì, ma fortunatamente l'uso della muta viene dichiarato facoltativo. Fin dalle prime bracciate le sensazioni sono positive, e continuo a sentirmi tranquillo e rilassato.

Nel frattempo, a pochi metri da me si susseguono le partenze delle diverse batterie, che si accavallano con i passaggi "australian style" dei lunghisti, questi ultimi incanalati in un'apposita corsia separata per l'ingresso in acqua. A scanso di equivoci, e per evitare ... ehm... furbate varie, le diverse batterie sono contrassegnate da cuffie dai colori piuttosto accesi, diversi dai colori delle boe presenti in acqua, mentre all'ingresso della zona riservata alla spunta e all'uscita dall'acqua vi sono i tappeti di rilevazione dei chip. Peraltro, una volta entrati in zona partenza, non se ne può uscire per alcun motivo, se non accompagnati da un addetto dello staff, come accaduto ad una ragazza che, nella concitazione, aveva dimenticato gli occhialini. Ancora una volta, non mi sembra che siano concetti così difficili da imitare, per evitare polemiche e balZelli vari...

Ore 7:45. Si comincia. Il suono di un segnalatore acustico sancisce il via della mia batteria. Per evitare troppi contatti, parto all'estrema destra del gruppo, ma cercando di non defilarmi eccessivamente per non perdere troppo tempo. Come al solito, sin dalle prime bracciate non mi sento molto a mio agio, anche se l'assenza di "picchiatori professionisti", così presenti invece alle nostre latitudini, contribuisce ad alleviare le sensazioni di ansia che mi pervadono in tutte le occasioni simili. La realtà è che, nelle partenze di massa in acqua, devo essere un tantino agorafobico o qualcosa di simile.

Dopo un paio di centinaia di metri riesco comunque a trovare un ritmo decente, e la nuotata diventa lunga e rilassata. Anche nei passaggi delle boe la situazione rimane tranquilla, senza gli schiaffoni tipici di quelle situazioni, ed in men che non si dica (si fa per dire, ovviamente), mi ritrovo nuovamente in spiaggia. Guardo il Garmin: 27'38". Non credo ai miei occhi... è PB sulla distanza!! Bene, il premio Rowenta è comunque mio, ma meno peggio di quanto pensassi.

La permanenza della tenda per la T1 è piuttosto breve: indosso la cintura con il numero, il casco e gli occhiali e poi via, verso le griglie delle bike. A differenza di quanto avviene nelle altre gare alle quali ho partecipato, qui la bici non è posizionata in una postazione prestabilita dall'organizzazione, ma le varie corsie sono contrassegnate da lettere e suddivise per orario di partenza, ma ognuno sistema il proprio mezzo dove preferisce, o comunque dove trova posto. Nel mio caso, avevo posizionato la belva nella corsia , piuttosto vicino all'uscita, cosa che mi ha permesso di velocizzare di molto la prima transizione.

Appena in strada, mi avvicino subito alla prima postazione di rifornimento per prendere una borraccia di acqua fresca, poi subito in posizione, destinazione Yas Marina.

Il percorso si presenta piuttosto scorrevole, senza nessuna asperità ad esclusione di diversi cavalcavia che, presi di slancio, non disturbano più tanto.

Al 24° km incrocio i Pro del lungo che viaggiano come vagoni di Italo, in fila indiana e distanti una decina di metri l'uno dall'altro, ed al 29° anche i fratelli Brownlee, talmente fratelli da sembrare quasi gemelli siamesi, diciamo un po' al limite del regolamento no-draft.

Nel vederli, mi sorprendo a pensare che che essere lì con loro, nella stessa gara, è più o meno come partecipare ad un'orgia in cui sono presenti Rocco Siffredi e Trentalance: sai che sei lì solo per fare numero e per fare figuracce, ma già che ci sei... pedali...

Mentre mi insulto dandomi del "solito idiota", i km passano sotto le ruote e la mia velocità rimane costantemente sopra i 30 km/h; pedalo quasi sempre in posizione crono, tranne sulle salite dei cavalcavia, nelle quali mi alzo sui pedali non tanto perchè le pendenze lo richiedano, ma per rilassare e scaricare i muscoli della schiena, poco abituati a quella posizione. La scelta si rivelerà giusta, poichè non accuserò i miei soliti problemi alla zona lombare nè in bici nè durante la corsa.

Dopo tanti rettilinei, ecco finalmente l'ingresso dell'autodromo, il quale, oltre a sancire il raggiungimento della metà del percorso, rende un po' più interessante una frazione sino a quel momento piuttosto noiosa.

Dato che un'occasione del genere non capita tutti i giorni, cerco di guardarmi un po' intorno. L'impianto è davvero moderno, con una struttura principale che assomiglia vagamente a quella che, quando (se?) sarà finalmente completata, sarà la "nuvola" di Fuksas.


La tortuosità del percorso mi permette anche di guadagnare diverse posizioni, poichè la maggior parte dei concorrenti non ha alcuna idea di come si affronti una traiettoria in curva in un circuito e di quanto elevata sia la tenuta di un asfalto destinato alle competizioni, permettendomi di sorpassare all'interno, all'esterno, in salita ed in discesa. Wow, mi sembra di essere tornato alla mia vita precedente, quando l'unica fatica sulle due ruote la faceva il polso destro...

Purtroppo i due giri di giostra finiscono presto, e si ritorna sulla strada. Intanto la temperatura si è alzata notevolmente, quindi cerco di mantenermi costantemente idratato cambiando la borraccia dell'acqua ad ogni rifornimento e bevendo un paio di buone sorsate da quelle di sali minerali, che getto via subito dopo per non portarmi appresso peso inutile. Anche  il sole inizia a picchiare sul serio, facendosi sentire sulla pelle bianca da ragioniere, tipica di questo periodo dell'anno, facendomi considerare che forse sarebbe stato meglio perdere un po' di tempo in più in T1, per applicarmi della crema solare. (Master, dove sei?)

Sulla via del ritorno decido di tentare di spingere un po' di più sui pedali, per vedere (di nascosto) l'effetto che fa. Inevitabilmente la media, che a causa dei due giri in circuito si era inevitabilmente abbassata, riprende a salire. I km passano e tutto sembra andare per il meglio fino a quando, intorno al 90° km, sento uno strano rumore provenire dalla parte posteriore della bici, e vedo alcuni pezzi di metallo nero sorpassarmi ruotando vorticosamente.

No, dai, il cambio no, ti prego!! Per fortuna erano "solo" un paio di viti del porta borracce acquistato e montato dietro la sella il giorno precedente. Inizio a santificare il calendario, ma non ho problemi a terminare la frazione, pur dovendo rallentare leggermente l'andatura per non rischiare di perdere il costoso accessorio.

Per fortuna l'accrocco regge sino all'ingresso della T2, quando decide di staccarsi del tutto, ma oramai senza fare troppi danni. Lo raccolgo, premo Lap sul Gramin e do un'occhiata: 3h e 8', 32 km/h di media. Meglio di un calcio faccia...

Mollo la bici nel primo posto che trovo libero e mi precipito nella tenda dove indosso calzini, scarpe da corsa e cappellino, poi via verso l'ultima fatica della giornata.

Ora il sole picchia davvero forte e la temperatura, che all'ombra si aggira intorno ai 30°, al sole è veramente elevata. Al primo ristoro, posto poche centinaia di metri fuori dalla zona cambio, una gentil donzella mi cosparge le spalle di crema solare, ma oramai il danno è fatto, e questo è il risultato della mia imprudenza.

All'inizio della frazione le gambe sembrano girare bene, ma con il passare dei chilometri sembrano svuotarsi sempre più, ed inizia a girarmi un pochino anche la testa, chiaro sintomo di disidratazione.

Comprendendo di non aver bevuto a sufficienza durante la frazione in bici, cerco di recuperare ai ristori, con l'ovvia conseguenza di riempire eccessivamente lo stomaco di liquidi, cosa che mi crea sovente qualche conato di vomito, al quale riesco comunque a resistere.

Il percorso si snoda lungo la Corniche, poi svolta a destra verso il Marina Mall e poi ancora a destra verso la moschea che si vede nella foto in alto sotto l'enorme bandiera a Saudita, dove diventa improvvisamente tortuoso, con continue inversioni ad U che spezza ritmo, gambe e velleità velocistiche. Al resto, come detto, pensa il sole a picco.

Intorno al 7° km le forze sembrano pian pianino tornare, e cerco di spingere un po'; in realtà credevo di correre piuttosto bene anche prima, fino a quando non ho notato un concorrente davanti a me correre davvero male, tutto dinoccolato come un vagabondo nel deserto, ed ho percepito che la distanza tra noi rimaneva costante. "Mi sa che sto andando davvero piano", mi sono detto, "e poi mica mi posso far battere da uno così!".

Gli ultimi due chilometri li chiudo in leggero crescendo, fino a quando, a 100 metri dall'arrivo, non sento una voce conosciuta che urla qualcosa che finisce in "amore...". Il mio viziaccio di correre guardando per terra! Mi volto e vedo Anto, Picchio e Dita che si sbracciano per salutarmi.

Senza pensarci un attimo torno indietro, prendo in braccio la cucciola ed invito Picchio a seguirmi verso il traguardo. Purtroppo, come già avvenuto a Miami, un addetta dell'organizzazione ferma il maschietto di casa, che più che l'età paga la sua altezza: vaglielo a spiegare che sarà pure alto quasi 1 metro e 80, ma ha solo 12 anni...

Tant'è, faccio gli ultimi 100 metri camminando, prima con la bimba al fianco e poi sulle spalle, fregandomene beatamente del tempo finale ed assaporando ognuno dei secondi passati sul quel tappeto rosso. Lo speaker pronuncia il mio nome "Froooom Italy...". Stop al tempo. La mia fatica si chiude così, con un sorriso, 4 ore 38 minuti e 45 secondi dopo essere partito.

Per tutto il resto c'è Mastercard.

Anzi no, c'è pure Max, compagno di tante fatiche, che mi chiama a gran voce. Inizialmente avrebbe dovuto partecipare alla gara insieme a Lucaone, ma ha dovuto desistere per motivi lavorativi, non rinunciando però a sostenermi anche in questa occasione. Grazie, Amico mio.

Ed un grazie va anche a tutti i miei compagni di squadra di Zona Cambio che mi hanno sostenuto e fatto sentire il loro appoggio, ed in particolare a Giuliano anche per il supporto logistico fornitomi.

Con una famiglia così ed amici come loro, non c'è temperatura che tenga!



















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